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Scrittore e attivista scalzo

04/06/2010

C’era anche Henning Mankell, scrittore svedese di gialli anche politici (La leonessa bianca) e genero dell’icona Ingmar Bergman, tra gli uomini e le donne aggrediti dall’esercito israeliano nel corso della brillante operazione “anti-terrorista” contro la “Freedom Flotilla”. Mankell si trovava a bordo della Sofia, una piccola nave da trasporto che avrebbe dovuto consegnare alla popolazione di Gaza case prefabbricate e cemento.

I soldati di IDF, armi alla mano e maschere sul volto, sono saliti sulla Sofia verso le 4:30, racconta Mankell, usando toni molto aggressivi: una delle persone che erano assieme a lui era ricoperta di vernice sparatagli addosso dai soldati israeliani. Un altro attivista, un po’ lento, è stato “gentilmente” stimolato a forza di scariche elettriche. Dopo una accurata perquisizione del natante, i geniali militari sono riemersi con un rasoio e con una cassetta degli attrezzi, sostenendo che si trattava di armi improprie.

Quando è sbarcato assieme ai suoi compagni di sventura, gli sono stati sottratti vestiti, cellulare e carte di credito; Mankell ha passato 24 ore in una cella, che ha condiviso con un deputato verde del suo Paese (a proposito, ce lo vedreste un politicante italiano a bordo di una nave della Flotilla, a rischiare la pelle o l’arresto? A me piace immaginare Frattini, che suda in una cella nel deserto) e quando è stato deportato i suoi calzini avevano preso il volo.

Non che i militari non lo abbiano riconosciuto: il giudice che lo ha deportato al termine di una procedura giudiziaria farsesca costruita attorno all’accusa di “ingresso irregolare in Israele” gli ha perfino detto di conoscerlo ed apprezzarlo come scrittore. Mankell, che conosce bene l’Africa, dato che si divide tra la Svezia e il Mozambico, ritiene che, al fine di obbligare lo Stato ebraico ad allentare la presa su Gaza ormai resti solo la strada delle sanzioni internazionali, modulate sull’esempio di quelle comminate a suo tempo al Sud Africa dell’apartheid.

USA: futura Grecia? (da altrenotizie.org)

03/06/2010

anche su altrenotizie.org

Se la Grecia è arrivata al punto di dover sopravvivere grazie all’elemosina dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, non lo deve solamente agli speculatori internazionali. La diagnosi stilata da alcuni giornalisti americani sullo stato dell’arte del paese mediterraneo è certamente corretta: livelli di burocrazia “kafkiani”, corruzione e nepotismo onnipresenti (si pensi ad esempio ai dati contabili fasulli sul deficit mandati a Bruxelles dal governo ellenico), mercato dominato da aziende statali e comunque da aziende greche, competitività inesistente, alto livello di litigiosità giudiziaria e tribunali inefficienti.

Interessa, in questo caso, non tanto dolersi del fatto che nessun competitor estero (magari americano, come comprensibilmente vorrebbe il Wall Street Journal) riesca a penetrare la cortina protettiva della chiusa economia greca; quanto piuttosto sottolineare come il contesto descritto dipinga una situazione di stabile compressione dei diritti sociali degli strati meno fortunati della popolazione, anche prima del deflagrare della crisi finanziaria.

A titolo di esempio, basti ricordare che, come ricorda la giornalista conservatrice Anne Applebaum, su Slate, la Grecia è l’unico paese europeo (assieme all’Albania) a non essersi dotato di un catasto informatizzato, cosa che consente a molti agricoltori disinvolti di appropriarsi di terreno pubblico, coltivandoci sopra e arrivando perfino a chiedere sussidi allo stesso stato che stanno derubando: inutile aggiungere che la richiesta di automatizzare i registri è fieramente osteggiata dalla lobby degli agricoltori disonesti.

Ma è davvero così devastante il default della Grecia? Senza voler minimizzare le responsabilità di chi ha scandalosamente approfittato dei tassi bassi per abbandonarsi ad eccessi di ogni tipo, sono utili un paio di precisazioni: se è vero che la Grecia presenta un rapporto deficit/PIL del 13,6%, questo stesso indicatore è pari ad 11,4% in Gran Bretagna (2009) e 10,64% negli Stati Uniti (stima 2010); il debito greco è pari al 115,1% del prodotto interno lordo – lo stesso rapporto fatto registrare dall’Italia.

E’ tuttavia interessante notare come la situazione della finanza pubblica greca trovi un inaspettato pendant in quella degli Stati Uniti. Anne Vorce, del think tank New America Foundation, spiega perché su un suo pezzo per la CNN. Certo – sostiene – i due Paesi sono diversissimi: a differenza della Grecia, gli USA impiegano una divisa riserva che può anche essere svalutata in caso al bisogno, hanno un importante mercato domestico, e dispongono di un mercato finanziario ampio e liquido. Ma anche gli Stati Uniti hanno un problema di debito pubblico esplosivo: si stima che, a fine 2010, il debito del Governo americano in forma di titoli negoziabili raggiungerà il 67% del prodotto interno lordo.
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Fetta di culo a domicilio…

01/06/2010

Quante volte abbiamo sentito, o pronunciato, la mitica espressione di slang: “e che vuoi di più… una fetta di culo?”. Adesso, finalmente potrebbe essere arrivato il momento di passare dalla fantasia ai fatti. Gunther von Hagens, l’ingegnoso pervertito che utilizza in modo industriale corpi di persone defunte per realizzare delle rappresentazioni a metà tra il didattico e il teatro degli orrori, ha finalmente realizzato il suo sogno: poter vendere i suoi “lavori” in tutto il mondo: i prezzi non sono modici (600 euro per un frammento di cranio umano, 3.500 euro per i polmoni di un ex fumatore, mentre con meno di 200 euro vi portate a casa un pezzo di mano) ma il divertimento è assicurato.

Che l’interesse di von Hagens per la morte dei suoi simili sia frutto di un disturbo mentale è fuor di dubbio (si è divertito ad imbalsamare con la sua innovativa tecnica che rende i cadaveri modellabili a piacimento “come se fossero fatti di carne macinata” anche donne incinte all’ottavo mese, neonati e feti e che si serva, per reperire materia prima, delle spoglie dei prigionieri cinesi giustiziati). Quello che mi stupisce, però, è che la sua esposizione itinerante (Body World Exhibitions) abbia attirato milioni di spettatori (paganti). Insomma, vi sono persone, molte persone, disposte a separarsi volentieri del loro denaro per assistere allo spettacolo sconvolgente di un bambino perverso che, invece che massacrare gli animaletti, gioca con i cadaveri, allestendoli nei modi più “creativi”, in tableaux vivants (si fa per dire) di corpi intenti a fare sport, a giocare a carte – non poteva mancare, ovvio, la “coppia” impegnata in un “rapporto sessuale”.

Segno che l’ossessione della morte che ci stringe nelle sue grinfie può prendere talora delle strane vie pur di arrivare a bussare, lievemente, sulla nostra schiena viva con le sue dita fredde. Segno che non sempre e non tutti capiscono veramente che cosa aborrono e che c’è anche (e sembra siano non pochi) che all’orrore corrono incontro a passo di danza e sorridendo. Von Hagens sostiene che tutti i cadaveri che utilizza sono stati donati volontariamente dai possessori temporanei quando erano in vita: se così è, anche questo è interessante. Fino a dove si può spingere la vanità umana? Quale forma patetica di conato di superamento della morte, quello di immaginarsi per sempre sotto gli occhi di un pubblico ottenebrato dal consumo e dall’ignoranza, che si sofferma a rimirare muscoli tendini ossa cartilagini che un folletto idiota ha acconciato in qualche macabra maniera? O forse dalla follia infetta di Von Hagens possiamo trarre un utile insegnamento sul fatto che siamo nulla e siamo materia – e finiremo per divenire materiale per qualcosa d’altro?

Sogno la fine di Briatore

26/05/2010

Uno così poteva diventare “importante” solo in un paese di dementi come l’Italia. Flavio Briatore, truffatore, baro, compare di mafiosi (ricorrono nella biografia sua e dei suoi soci omicidi o tentati omicidi portati a termine con esplosivi) e apologi di Adolf Hitler: un tipo che quando te lo dovessi trovare vicino su un autobus, ti verrebbe subito da tastarti la giacca dal lato dove tieni il portafogli, per controllare che sia ancora lì. Uno che, se ti dà la mano, tocca correre subito a cercare il flacone dell’Amuchina Gel per disinfettarsi.

Ma di truffa in truffa, di affare sporco in affare sporco, il nostro ha messo su un bel po’ di denaro, cosa che lo ha candeggiato agli occhi dei giornali: non più soggetto da cronaca nera, ma “businessman”, non volgare, ripugnante gigolò di provincia, ma raffinato playboy (gli si attribuiscono infatti improbabili quanto platealmente esibite frequentazioni di donne belle quanto prive di cervello, come la Campbell – e, a giudicare dall’ultimo exploit, anche la sua attuale moglie proprio un genio non deve essere…).

Ora, visto che siamo in Italia, uno come Briatore, ovvero l’ipotiposi vivente della disonestà furbizia avidità, probabilmente ha la fedina penale pulita (i reati per i quali è stato condannato – in contumacia – sono stati amnistiati). Per cui la notizia che finalmente lo hanno beccato per evasione fiscale mi fa letteralmente godere: finalmente hanno inchiodato uno di questi disgustosi parassiti con la residenza a Londra ma con il culo piazzato in Italia, uno di questi vergognosi paraculi che scorrazzano sulle Bentley e sui panfili tamarri intestati ai “trust” con residenza nei paradisi fiscali. Certo, un Briatore avrà certamente uno stuolo di avvocati e di commercialisti che sistemeranno la cosa in tempo zero, e presto la vicenda del sequestro della sua bagnarola da 52 metri, diventerà solo l’ennesimo espediente per far fare un titolo alla Gregoraci; certo, una vicenda di questo tipo, che per un normale cittadino onesto sarebbe fonte di imbarazzo e preoccupazione, per una blatta è invece ghiotta occasione di pubblicità.

Briatore e Gregoraci sono perfetti esemplari di Italiani: quando vengono beccati, eccellono nell’arte del piagnisteo. Quindi un normale e giustificato, ancorché – c’è da giurarci sopra – transitorio sequestro di uno yacht usato in Italia in spregio a tutte le assurde pretese fiscali con cui lo stato ladro rende la vita impossibile ai cittadini onesti viene narrato come la violazione della quiete di una neomamma e di un bebé di due mesi (a proposito, ma come si fa a chiamare un bambino con il nome d’arte di un rapper austriaco?).

La cosa sconvolgente è che perfino le incaute parole della Gregoraci al/alla giornalista diventano occasione di di dibattito: ci sono i liberali, che riterranno eccessive le (normali) misure adottate dalla Guardia di Finanza e i massimalisti che invece fremeranno di odio e di disprezzo per la tracotanza, la stupidità, l’insensibilità di simili dichiarazioni. Alla fine perfino chi quei due li considera il male assoluto, finisce per scriverci sopra.

Gli stregoni della finanza (da altrenotizie.org)

23/05/2010

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Come scrive nel suo op-ed sul New York Times, Bethany Mc. Lean, collaboratrice di Vanity Fair USA e Fortune ed esperta del caso Enron, a provocare la spaventosa crisi globale non fu una serie di sfortunate circostanze, quanto piuttosto la condotta apertamente criminale di diversi attori del mercato finanziario. In complice sequenza ci sono le banche, la Federal reserve e il Congresso USA.

Le prime hanno venduto immondizia facendola pagare per oro; i “garanti”, applicati nel formidabile gioco di pompare profitti a breve, assumendo rischi che non erano in grado di coprire (e che spesso non erano nemmeno in grado di stimare). Poi la Federal Reserve, colpevole di non aver spento l’euforia creditizia; quindi il Congresso, che non ha mai legiferato seriamente sui derivati oltre ad aver alimentato in tutti i cittadini, anche in chi mai avrebbe mai potuto permettersela, la speranza di poter avere una casa di proprietà. E, naturalmente, le agenzie di rating, che hanno benedetto con bollini di eccellenza investimenti chiaramente destinati a fallire.

Se si escludono la recente azione della SEC contro Goldman Sachs e l’indagine lanciata dal procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, contro otto banche (Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Crédit Agricole e Merrill Lynch), fino a poco fa l’unica azione penale contro manager di banche d’affari coinvolte nella crisi finanziaria è stata quella a carico di Ralph Cioffi e di Matthew Tannin, trader della Bear Stearns, fallita ed acquistata da JP Morgan grazie ad un sostanziale contributo governativo – i quali peraltro sono andati assolti a novembre dello scorso anno. Mentre la SEC sta analizzando i rapporti (perversi) tra originator e clienti dei titoli tossici, Cuomo si sta concentrando sulle interazioni (altrettanto inquietanti) tra banche e agenzie di rating.
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Il vantaggio di un bel visino

18/05/2010

Secondo uno studio della Cornell University, un imputato brutto ha maggiori probabilità (+22%) di essere condannato rispetto ad uno di aspetto gradevole; inoltre, probabilmente si becca una sentenza più lunga in media di 22 mesi. La ricerca, condotta su 169 studenti di legge cui sono stati sottoposti dossier di imputati completi di foto, ha dimostrato che tra le persone chiamate a giudicare, alcuni fanno affidamento su dati di fatto e logica, altri sulle emozioni, a seconda del carattere.

Per fortuna, sembra che, in casi di particolare gravità, la differenza tra le pene comminate ai belli e ai brutti sia molto più sfumata che in quelli meno seri e con prove a carico molto meno schiaccianti. Questo solo per dire che tipo di roulette sia la nostra vita: essere belli o brutti è qualcosa che non possiamo controllare; la persona che ci giudicherà in un eventuale processo potrebbe essere tendenzialmente emotiva o razionale. Se violassimo la legge, la punizione sarebbe anche sensibilmente diversa a seconda degli attributi che possono assumere le due entità sopra descritte (bellezza fisica, carattere del giudice) e delle diverse possibili combinazioni.

“Fate sacrifici”, dice il porco speculatore…

18/05/2010

La divisa europea viene attaccata da una masnada di maiali (gli speculatori globali), i quali dopo una pena vecchio stile, tipo una bella gogna pubblica, meriterebbero la condanna a lavorare per il resto della loro miserabile e dannosissima vita come magazzinieri all’IKEA (alla cassa non ce li mettiamo, ché sarebbero in grado di fregare anche lì).

E cosa ci dicono i nostri governanti? Fate sacrifici! La Merkel è un premier conservatore, una di quelle persone convinte che l’arbitraggio sia salutare, in quanto sintomo e cura di disallineamenti strutturali di un sistema. Insomma, per chi non l’avesse ancora capito, se siamo sotto scacco, è colpa nostra: colpa dei cittadini, dei popoli europei, le solite imperterrite ed impenitenti cicale. Dunque, riassumiamo: mentre i grandi capitalisti globali (truffatori à la Goldman Sachs, Paulson, Soros ed altri farabutti con buone conoscenze negli esecutivi di tutto il mondo) ci fanno a pezzi, i governi europei fanno a pezzi noi, tagliando a più non posso le uniche cose che, almeno in teoria, giustificano la presenza dello stato: istruzione, sanità, pensioni, e tenendo sotto controllo i salari.

I parassiti del sistema (già ricchi, coccolati dai governi ed immuni da qualsiasi forma di repressione giudiziaria) saranno sempre più ricchi, la comune gente comune europea (già fiaccata dalla corruzione che avvantaggia gli amici degli amici e da impressionanti diseguaglianze nella distribuzione del reddito) sempre più povera. E’ l’apoteosi della barbarie.

Una situazione che mutatis mutandis, si ritrova nel microcosmo aziendale, in cui chiunque può testimoniare dello scialo di risorse che fa l’alta direzione (assunzioni clientelari con cachet astronomici, utilizzo di aerei privati) mentre ai livelli medio bassi con argomentazioni impudiche vengono negati interventi migliorativi di tipo spesso simbolico.

Questa volta sono con Action

13/05/2010

Pare che un gruppo di militanti per il diritto alla casa abbia occupato (non è chiaro se in modo simbolico o effettivo) la casa a via del Fagutale che l’impareggiabile ministro della repubblica Scajola ha acquistato “a sua insaputa” nel 2004. Questa volta sono con gli squatter, anche se di solito non parteggio in modo incondizionato per le occupazioni.

A forza di pensarci, ho finito per convincermi che è legittimo ammettere limiti alla proprietà privata, specialmente quando essa è improduttiva e parassitaria: non me la sento di dare addosso a chi occupa un locale di proprietà del comune, in stato di abbandono, e lo utilizza per realizzare un centro sociale dove sia possibile fare e fruire cultura. E’ buon senso accettare il fatto che famiglie in grave stato di necessità ed abbandonate dallo stato occupino case che teoricamente lo stato stesso dovrebbe metter loro a disposizione. Resta in questo caso il problema delle persone che di quegli immobili hanno fatto legittimamente richiesta: il comportamento di chi, più disperato, più determinato o privo di scrupoli, ha deciso di rompere gli indugi e violare la legge per loro è un danno ulteriore. Un fatto da non trascurare, e che lascia confusi, se veramente si è tra quelli che vorrebbero “per tutti pane, libertà, amore, scienza“. Una confusione impossibile da dribblare quando la pura idea deve venire a patti (e a compromessi) con un sistema basato sulla gerarchia e sull’autoritarismo.

Tutte remore valide e utili, a meno che la casa da occupare non appartenga ad una persona come Scajola, rimasto invischiato in un caso che racconta l’Italia meglio che cento libri di sociologia: il ministro che ha accettato denaro di provenienza dubbia per pagare un immobile evadendo le tasse; il funzionario di banca che, nella più benevola delle ipotesi, ha assistito ad un illecito e ha tenuto la bocca ben cucita; i venditori che hanno accettato 900.000 euro in nero, sempre a dispetto del fisco. In quella stanza del ministero dove si sono consumati dei delitti si trasforma in cenere quel poco che resta del rispetto per le istituzioni, per le banche e per gli Italiani in genere. La casa di via del Fagutale è il simbolo materiale delle italiche corruzione ed ipocrisia: che finisca, dunque, nelle mani del più scalmanato degli squatter, cui difficilmente, nelle circostanza di specie, si potrà opporre il mancato rispetto della legge senza cadere nel ridicolo.

Vivere o essere vissuti?

13/05/2010

Secondo una ricerca condotta una decina di anni fa, gli uomini che passano il tempo a rimirare immagini di donne giovani e belle più o meno discinte tendono a considerare le loro partner meno attraenti e a sviluppare una certa insoddisfazione per la propria relazione (se così fosse veramente, tutti gli uomini dovrebbero essere divorziati – non mi risulta se ne trovino in natura di non proclivi al consumo pornografico, indipendentemente dalla qualità, vera o presunta, della loro vita sessuale).

Facendo leva su questo risultato, i ricercatori hanno pensato di fare un’ulteriore verifica: che cosa succede a quegli uomini che, per il loro lavoro, frequentano un mucchio di donne all’acme della loro vis riproduttiva? Stiamo parlando, ovviamente, dei professori di liceo o dell’università: potrebbero costoro riportare effetti negativi dall’effetto cumulato di tutta quella fragrante bellezza sciorinata davanti ai loro occhi vogliosi? Anche gli uomini chiedano il divorzio meno frequentemente delle donne e anche se i professori tendono a divorziare meno di chi svolge altre professioni, parrebbe che la combinazione delle due caratteristiche (professore, maschio) aumenti la frequenza delle separazioni.

Chi ha pubblicato la ricerca mette in discussione l’effetto cumulo dovuto alla vista continuativa di giovani donne: eppure c’è qualcosa di minaccioso in questa ricerca. Dunque il fatto di fare un certo lavoro può avere come effetto collaterale la maggiore probabilità di divorziare? Se portiamo il ragionamento alle estreme conseguenze, che cosa resta della libertà dell’individuo? Sono dunque circostanze esogene, su cui non abbiamo alcun controllo, a renderci più o meno felici, più o meno promiscui, più o meno soli? Siamo solo un atomo di pulviscolo preda della minima corrente d’aria?

Generoso?

12/05/2010
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Stamattina, sui gradini della stazione Ostiense, sedeva un ragazzo: tipo alternativo, dreadlock e quegli strani orecchini che dilatano enormemente i lobi delle orecchie. Tranquillo, mi ha seguito con lo sguardo mentre gli passavo davanti nel mio completo scuro da ufficio, chiedendomi se potevo fornirgli “un piccolo aiuto”. Con mia grande sorpresa, mi sono fermato e ho preso a rovistarmi nelle tasche alla ricerca di una moneta da dargli: impensabilmente, dopo aver estratto la sibaritica astronomica moneta da un euro, mi sono visto consegnargliela con un sorriso. Il ragazzo era piacevolmente sorpreso, mi ha ringraziato e mi ha augurato “buona giornata”. Sempre più incredibile, andandomene via per la mia strada gli ho risposto: “Altrettanto, ciao”. “Ciao”.

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