Scrittore e attivista scalzo
C’era anche Henning Mankell, scrittore svedese di gialli anche politici (La leonessa bianca) e genero dell’icona Ingmar Bergman, tra gli uomini e le donne aggrediti dall’esercito israeliano nel corso della brillante operazione “anti-terrorista” contro la “Freedom Flotilla”. Mankell si trovava a bordo della Sofia, una piccola nave da trasporto che avrebbe dovuto consegnare alla popolazione di Gaza case prefabbricate e cemento.
I soldati di IDF, armi alla mano e maschere sul volto, sono saliti sulla Sofia verso le 4:30, racconta Mankell, usando toni molto aggressivi: una delle persone che erano assieme a lui era ricoperta di vernice sparatagli addosso dai soldati israeliani. Un altro attivista, un po’ lento, è stato “gentilmente” stimolato a forza di scariche elettriche. Dopo una accurata perquisizione del natante, i geniali militari sono riemersi con un rasoio e con una cassetta degli attrezzi, sostenendo che si trattava di armi improprie.
Quando è sbarcato assieme ai suoi compagni di sventura, gli sono stati sottratti vestiti, cellulare e carte di credito; Mankell ha passato 24 ore in una cella, che ha condiviso con un deputato verde del suo Paese (a proposito, ce lo vedreste un politicante italiano a bordo di una nave della Flotilla, a rischiare la pelle o l’arresto? A me piace immaginare Frattini, che suda in una cella nel deserto) e quando è stato deportato i suoi calzini avevano preso il volo.
Non che i militari non lo abbiano riconosciuto: il giudice che lo ha deportato al termine di una procedura giudiziaria farsesca costruita attorno all’accusa di “ingresso irregolare in Israele” gli ha perfino detto di conoscerlo ed apprezzarlo come scrittore. Mankell, che conosce bene l’Africa, dato che si divide tra la Svezia e il Mozambico, ritiene che, al fine di obbligare lo Stato ebraico ad allentare la presa su Gaza ormai resti solo la strada delle sanzioni internazionali, modulate sull’esempio di quelle comminate a suo tempo al Sud Africa dell’apartheid.
